22.7.10

PREMESSA GIAPPONESE

Questo blog era partito solo per i miei fumetti, illustrazioni e disegni. Poi la mia pausa artistica forzata (dovuta alla scuola serale di decorazione e restauro, conclusa molto bene: risultato 95/100), con la scoperta della batteria, mi ha portato a pubblicizzare molte serate con la band in cui suono. Ogni tanto vi ricordavo dei miei fumetti nel Cacofonico e del Grande Flagello mettendo qualche aggiornamento. Ora voglio dedicare un po’ di post ad uno dei sogni della mia vita finalmente realizzato: andare in Giappone.

La mia passione jappa nasce prima coi cartoni, poi coi fumetti, poi con la scoperta delle loro tradizioni e il loro sistema di valori e spirituale, infine condividendo il loro amore per la natura.
Quindi andare a visitarlo è sempre stato un mio sogno, e grazie ad Alberto che si è ricordato di questa cosa, grazie ai soldi in banca che si sbloccavano in quel periodo, ho deciso che era giunto il momento di partire. I post sono già in ordine di lettura cronologica, basta scorrere giù la pagina, buona lettura!!!

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30/04/10 mart: Partenza da Bologna - 31/04/10 merc: Arrivo ad aeroporto Narita - Tokyo.

Partenza per Tokyo martedì 30 Marzo, arrivo mattina del 31, volo composto da breve tratto Bologna - Roma, poi tratto serio Roma - Tokyo, con compagnia Alitalia, che per me abituata a Ryair e affini è sembrata semplicemente divina, anche se ovviamente essendo comunque “italiana” non tutti gli schermini dei sedili andavano e i telecomandini erano piuttosto scassati.
Per combattere il futuro fuso orario, cerco di dormire il più possibile (nonostante la poltrona vibramassagiante dovuta al passeggero jappo dietro di me che non faceva altro che tirare pugni-calci al sedile.. si può considerare fortunato di avermi incontrata al viaggio di andata, felice e spensierata, se era al viaggio di ritorno..). Tra dormite e film arriviamo la mattina, e già le differenze si notano, non solo dagli ideogrammi sui cartelli, ma anche dall’incredibile efficienza jappa.
Per entrare in Japponia, devi compilare tutte una serie di cartacce (dichiaro che non sono un criminale, dichiaro che non porto con me armi/droga..), è stupendo il fatto che nei banchetti adibiti per compilare i moduli, trovi penne, occhiali da vista di diverse gradazioni, gel igienizzante (che troveremo poi praticamente ovunque), istruzioni in tutte le lingue, compreso qualche strano dialetto.. insomma non hai scuse per non compilare i fogli.
Il personale dell’aeroporto, corre, lavora, e ci fa assaggiare già l’inglese-jappo (di chi lo parla meglio) con tutte le vocali ultra allungate: quindi ci ritroviamo un
“Yu niiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii” (trad. You need)
“Ten Yuuuuuuuuuuuu” (trad. Thank you)
una signora addetta allo smistamento fa in modo che una coda disordinata e caotica si trasformi in una efficientissima fila, ma soprattutto, capiamo un altro tratto del lavoratore jappo: qualunque sia la mansione, per quanto brutta e umile, la eseguirà mettendocela tutta, e comportandosi come se stesse facendo la cosa più bella della sua vita.
Affrontata la macchinetta di lettura ottica, impronte digitali, recuperati bagagli, prendiamo il treno Kensei per Tokyo - Ueno, e dai finestrini assistiamo ad un leggero cambiamento case di periferia - metropoli, ma leggero proprio perché anche la periferia è piuttosto metropolizzata. Scesi alla stazione di Ueno, decidiamo di raggiungere il Capsule Hotel ad Asakusa, sopra al fiume Sumida a piedi, e fidandoci di uno sguardo disattento alla mappa della guida, facciamo il primo grosso errore.. le distanze a Tokyo, non sono quello che sembrano. Sono sempre almeno 4 volte in più di quelli che pensavi. Ebbene sì, Tokyo è immensa, e 2 quartieri che sulla carta ti sembrano relativamente vicini (vedi Ueno - Asakusa), sicuramente per passare da uno all’altro ti ci vuole quasi un’ora a piedi.
Quindi la nostra scelta di portare a mano le valige per l’equivalente di un tratto di dieci minuti di metropolitana non è stata proprio felice, in ogni caso, arriviamo, ci posizioniamo sul ponte e inauguriamo la nostra prima birra in lattina (presa da uno dei numerosissimi distributori posti praticamente ovunque e che nessuno si sogna di vandalizzare).
Birra Sapporo con in sfondo il corno d’oro dell’Asahi Super Dry Hall, il fiume Sumida che bagna edifici ipertecnologici e palafitte legnose, oltre che portare lunghe barche di legno in stile jappo.
Sul ponte passa un concentrato di folla che ci accompagnerà per le prossime 2 settimane:
Salarymen (=impiegati), studenti, vecchini compressi, ragazze truccatissime con gonne cortissime e gambe stortissime, senza calze, massimo calzettoni (le più pudiche portano i pantaloncini). Riguardo a quest’ultimi 2, posso affermare (come riconfermerò in seguito) che i mangaka non hanno inventato assolutamente nulla: i vecchini sono davvero come li disegnano, molto bassi, gobbi, davvero sembrano compressi, e le gonnine delle studentesse volanti, esistono davvero, oltre che loro le portano davvero corte, aggiungiamo che il clima giapponese è piuttosto repentino, e che il vento improvviso (e gelido) appare veramente e sembra fatto apposta per tirare su gonne.
Facciamo il check in al Capsule Hotel, affrontando per il pagamento un distributore e delle macchine cattura scarpe. Ci fermeremo solo una notte, in cui dormirò bene, la capsula in fondo non era così caustrofobica; stesa dal futon, col braccio teso di fronte, sfioravo il soffitto della capsula con la punta delle dita. Il più è che in un corridoio stretto, vi erano almeno un 30 capsule, e ognuna era separata da una sottile tendina.. fortuna che nessuno russava (o che semplicemente mi son addormentata prima). Non può dire la stessa Alberto, uno dei miei compagni di viaggio, a lui il Capsule non è piaciuto tanto (per approfondimenti sul perché chiedete direttamente a lui). Sempre qui al capsula la sera affronto il mio primo e unico bagno in comune, fortunatamente al momento del lavaggio ero l’unica presente. Anche perché le docce sono basse, loro si lavano da seduti su sgabelli, ma io per quanto stanca preferivo la posizione statuaria.
Tornando indietro nel tempo al dopo check in, scaricate le valigie, è primo pomeriggio, decidiamo di esplorare la zona vicina, Asakusa, e vediamo già cose che valevano il viaggio fino a qui, il Kaminarimon, ovvero la maestosa porta del tuono con al centro un’enorme lanterna rossa che introduce al tempio Senso-Ji purtroppo chiuso esternamente per restauri. Comunque intorno a noi tavolette di legno, nastri di preghiere legati, incensiere dove purificarsi, la prima di una lunga serie di Pagode, e tanti turisti jappi, probabilmente a Tokyo per la fioritura dei ciliegi. Percorriamo il Nakamise-Dori, ovvero una viuzza piena di negozietti tipici / souvenir dove gustiamo il primo pasto tipicamente jappo, uno spiedino di mochi (dolcetti di pasta gommosa molto buoni).
Il capsule hotel è relativamente vicino all’Asahi Sky Room, una birreria al 22 piano di un palazzo da cui si gode un ottima vista. In quel pub, coi tavolini che danno verso le vetrate, ho capito che ero in un sogno fantascientifico. I 3 orizzonti che avevo davanti erano tutti e 3, a perdita d’occhio, grattacieli e luci. No campagna, no spazi vuoti, solo grattacieli, strade e luci fino alla fine. Ero senza parole. Ho rivisto questa stessa vista, con città a perdita d’occhio anche di giorno, e su torri più alte, ma quella vista, la prima che mi ha fatto realizzare veramente dov’ero, mi è entrata dentro. Quando mi stendo a letto, tutt’ora chiudo gli occhi e rivedo quella vista. Tokyo mi riappare, la sogno, la penso, come non mi era mai capitato prima. E pensare che le metropoli, anzi come Agnese mi ha giustamente corretto, le megalopoli, non mi piacciono nemmeno.

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01/04/10 giov: Ueno (Hanami, zoo, National museum of western art, cimitero Yanaka)

Salutiamo il Capsule Hotel, ci liberiamo dei bagagli alla Taito Ryokan, nostra futura “casa” per tutta la vacanza. Le ryokan sono le tipiche case di carta e legno, in questo caso la nostra era vecchiotta e bisognosa di qualche ristrutturazione, ma era pulita, c’erano in comune sia le turche giapponesi, sia il water occidentale, e un ampio lavandino per lavarsi i denti, e la doccia, con una piccola vasca, era privata, quindi potevi chiuderti dentro e lavarti in santa pace. Il bilancio finale se a uno non infastidisce il legno non lucido e il dormire praticamente per terra (il futon non è altro che un sacco a pelo stesso per terra) è sicuramente positivo.
Passiamo il resto della giornata al Parco Ueno, che data la stagione è immerso nelle fioriture di ciliegio bianco e rosa chiaro.
Percorriamo tutto il viale attorniato da ciliegi e lanterne, guardiamo i tanti jappi che hanno preparato l’hanami, ovvero una festa che consiste in un pic nic, sotto l’albero di ciliegio. Persino in questa occasione i jappi sono quadrati: i teli tutti della stessa plastica blu ordinati geometricamente, loro han tutti il bento (pranzo al sacco) e chiacchierano o si limitano a guardare i ciliegi. Una cosa curiosa è che ad ogni volta che una folata di vento (e il vento in qualsiasi giornata ogni tanto si fa sentire) che scuote i rami facendo cadere leggiadri verso terra i petali si sente un “oooh” di ammirazione.
Gli “oooh” sono pronunciati in simultanea, come altre espressioni dette dai jappi senza nemmeno mettersi d’accordo (ricordo il “Kawaiiii” e altre vocali allungate, in cui si percepivano cori girovagando).
Il cammino tra i ciliegi finisce nell’entrata per lo zoo, dove fai il biglietto inserendo gli yen nelle casse automatiche (le stesse che ritrovi anche in certi ristoranti). Non sono una gran appassionata degli zoo perché mi rattrista vedere gli animali privati della loro libertà, ma mentre allo zoo di Berlino ogni animale aveva un’area piuttosto ampia in cui muoversi, a Tokyo purtroppo le aree erano piccole, e alcune gabbie ancora più piccole. Comunque posso capire che il loro concetto di spazio ampio è molto diverso dal nostro, dato che loro stessi vivono incasellati in piccolissimi appartamenti. In ogni caso noto, come poi noterò anche in un negozio di cuccioli, che le espressioni degli animali sono quasi sempre tendenti al triste, e anche i gatti incontrati per strada, difficilmente hanno piacere di essere coccolati. Gli unici animali felici e festosi che abbiamo incontrato sono i cani di piccola taglia.
Lo zoo era un tripudio di famiglie composte da coppie molto giovani. I bambini vengono davvero considerati il futuro, ci sono un sacco di passeggini tecnologici con imbottiture e cerniere per non fargli prendere freddo, abiti con spazio marsupiale bimbo compreso, nei bagni, in praticamente tutti, addirittura c’è una specie reggi-bimbo.
Passeggiamo tra gli animali, con monologo a stampo filosofico misantropico di Alberto riguardo al Lama da solo che ravana nel sabbione, passando una vita più facile e felice, rispetto ai tapiri, che già per il fatto di essere in due, avevano problemi di interazione sociale.
Usciti dallo zoo anche se la mia prima scelta era quella di evitare i musei per poter star il più possibile all’aria e godermi la vera Tokyo, non resisto al museo di Western Art, contenente molte opere del 400 e 500, un’ampia sezione sugli impressionisti, poi un opera o due di artisti famosi quali Picasso, Mirò, Gaughin, Van Gogh, Erbst, e un stupendo quadro di Signac, davvero gustoso vederlo dal vivo.
Continuiamo la nostra marcia passando accanto alla prima di numerose scuole che vedrò in seguito. Sono assolutamente come le disegnano, di colore pastello, con l’orologione nel palazzo più alto, cortili immensi e la classica cancellata.
Proseguiamo verso uno dei cimiteri più grandi di Tokyo, il Yanaka Bochi, dove riposa l’ultimo shogun. La differenza tra i nostri cimiteri e quelli giapponesi, è che quest’ultimi più che luogo di morte sembrano davvero un luogo di riposo. Silenzio (corvi esclusi), molti alberi, ciliegi in fiore..
E’ rilassante camminare e guardare le tombe con le loro eleganti targhette di legno. La sensazione è di essere in un mondo completamente diverso, il loro concetto di morte è talmente distante dal nostro che traspare persino dalle semplici tombe.
Sul viale ciliegiato di rientro a casa troviamo oltre ad un fantastico negozio pieno di statuine e ciondoli di gatti di buon acquisto (quelli con la zampetta alzata che si ritrovano in ogni attività commerciale perché sono di buon auspicio al commercio) delle bancherelle dell’usato, davvero curiose e carine, dove acquisterò sotto consiglio del buon Albe un giocattolo-Godzilla, che si rileverà poi la star della vacanza.
Prosegue un’immensa camminata per cercare la cena, evitando i posti in cui servono “il solito cane morto”, e “il solito cane morto impanato, però potevate toglierci il pelo”.. in realtà in Giappone ho sempre mangiato molto bene, questi erano solo commenti guardando i piatti di plastica che riproducono i vari menu (un’invenzione geniale per i turisti stranieri che non saprebbero come tradurre le loro scritte).
Dopo aver camminato così tanto comprendiamo che la tessera della metro è praticamente una condizione vitale, quindi affrontiamo le macchinette e riusciamo ad avere la nostra tessera SUICA, che come QUALSIASI cosa in Giappone, ha la sua mascotte, in questo caso un pinguino. La suica (in seguito soprannominata suca) è una fantastica invenzione, è una tessera prepagata, che passi per entrare in metro, ma che puoi anche utilizzare per acquistare bevande ai distributori ed è anche accettata in molti Combini (discount aperti 24h su 24h dove trovi di tutto). A parte la comodità che basta appoggiare la borsa, il portafoglio o la custodia in cui è (non è necessario estrarla, e la cosa funziona a contatto, quindi non si inserisce) per passare i gate della metro. Usiamo questo tesoro di cosa per raggiungere il resto della compagnia a Shinjuku, dove risiedono gli altri compagni di viaggio (altra ri conferma che ciò che sembrava vicino nella mappa, nella realtà è un bel po’ in là!). Scendiamo a Takadanobaba (se vi sembra strano il nome, immaginate come poteva pronunciarlo la vocina della metropolitana) e ci godiamo la vita di un quartiere più giovanile del nostro.
Ci rendiamo pienamente conto di quanto sia scomodo che la metropolitana chiuda da mezzanotte alle cinque (quindi o vai a letto presto, o vai a letto all’alba), quindi ripartiamo verso la Ryokan, e chiudiamo la serata con la prima di una lunga serie di Birra Combini - Futon.

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02/04/10 ven: quartieri Harajuku e Akihabara

Mattinata in Harajuku, arriviamo in stazione della metro che è accanto al ponte che porta a Meiji-Jingu, zona in cui torneremo sia per visitare il parco sia perché nei weekend il ponte è frequentato dagli adepti del cosplay. In pratica usciti dalla metro si va verso il ponte e si attraversa la strada tramite un soprapassaggio. Lo shopping di vestiario più estremo e pazzo è concentrato tutto in una via di Harajuku, dove i negozi si estendono dai piani interrati al quarto piano. Gothic Lolite, ragazze caramella, punk, rockabilly, cosplayer, vengono tutti qua a fare i loro acquisti. Le commesse sono di pan di zucchero da quanto sono belle, gentili ed estremamente curate e truccate nei minimi particolari. Da brava donna non potevo farmi mancare l’acquisto di una felpa-gatta, una borsa-pipistrello e un ciondolo-gabbietta-canarino. I prezzi non sono stracciati, ma se si calcola quanto la stessa cosa la pagheremmo in Italia, ebbene sì, sono più bassi.
Ormai la giornata è chiaramente votata allo shopping, quindi ci buttiamo anche sul quartiere dell’elettronica, Akihabara, successivamente soprannominato AkiaVara, a causa dello sexy shop a 7 piani che si incontra poco dopo esser usciti dalla metropolitana. Non possiamo non entrare in un posto in cui 2 piani sono votati ai DVD, 2 piani all’oggettistica, 1 piano alla lingerie, 1 piano alle divise e 1 piano ai cosplay succinti. Pazzesco! In particolare siamo rimasti colpiti da diverse cose tra cui: la macchina spara seghe.. ebbene sì, un meccanismo composto da una mano di plastica regolabile che vi lascio immaginare qual è il suo compito. Non era già abbastanza trash la macchina in sé, era straordinario come fosse allegato anche un video dimostrativo interpretato da una modella davvero poco guardabile, e un uomo normalissimo vestito da impiegato. Fighe di plastica, che per far vedere com’erano composte all’interno vi era esposta una simpatica sezione (che somigliava a della trippa cruda.. bleah). Video porno in cui le donne fanno facce sofferenti durante l’atto, e si lamentano quasi piangendo (???). Poi le centinaia di divise (non ho resistito a provarmi quella da poliziotta giapponese, il problema erano i fianchi, impossibili farli entrare in una taglia unica giappa!), e i cosplay succinti, lo sconto del 30% sull’acquisto se permettevi che ti facessero una foto indossandolo nel camerino di prova.. e tutti gli acquirenti giappi (per lo più salarymen) serissimi di fronte a qualsiasi cosa, anche quella (ai nostri occhi) più ridicola. Ovviamente erano presenti i classiconi come le buste a peso d’oro con la biancheria usata delle studentesse (allegata in ogni busta la foto della -in teoria- proprietaria degli indumenti intimi), e anche a prezzi più bassi, buste con biancheria mista senza foto.Usciamo da queste follie lasciando come segno del nostro passaggio un vibratore di prova che non riuscivamo a spegnere nelle mensole dell’esposizione (e che quindi continuava ad emettere un VRRRRR a mo’ di cellulare che vibra sul tavolo.. ovviamente siamo usciti fischiettando mentre i jappi vicini si guardavano attorno domandandosi da dove provenisse il rumore). Il nostro cammino prosegue tra i negozi duty free, negozi a tema fumetto, e soprattutto per un po’ rimaniamo inghiottiti dal vortice sala giochi. Come la maggior parte delle cose in generale a Tokyo, sono a più piani, ai primi piani di solito ci sono le macchine con cui tramite forcone devi prendere i giochi-peluche-miniature-coperte-gadgets, che mentre in Italia di solito è impossibile prendere qualcosa, dato che le morse sono lente, le macchine non rispondono bene, in Giappone è effettivamente difficile, ma tranquillamente possibile, infatti, al primo tentativo, ho provato, più per curiosità che credendoci, a prendere un micione peluche gigante nero, e ce l’ho fatta! Anzi al momento in cui è sceso è arrivata una commessa della sala giochi (in divisa, come qualsiasi commesso di qualsiasi cosa jappa) con un cembalo tra le mani cantando una canzoncina, e tutti i jappi attorno a me hanno applaudito le mani! Nel mentre che non sapevo cosa fare per l’imbarazzo di questa mini festicciola la commessa ha preso il micio e l’ha messo in una busta di plastica per consegnarmelo. Agli altri piani non hanno giochi particolarmente più avanti dei nostri a livello di cabine con pistole ecc., anche se ovviamente ne hanno tantissimi, tra cui, simpatico quello dei tamburi giapponesi a cui ho ovviamente giocato! Non devo nemmeno dirvi che i jappi sono mostruosi a giocare, fanno i livelli più alti con una precisione pazzesca.
Concludiamo questa giornata con il Karaoke, facilmente riconoscibili dalle insegne blu e dagli interni in stucco lucido bianco con altorilievi di sculture che ricordano arte greca-romana (credo sia una catena, a Tokyo ne ho visti tantissimi così)!
In Giappone capisci quali sono i posti in cui è gradita la tua presenza di straniero se hanno o meno le scritte in caratteri romani. I Karaoke fanno parte dei posti in cui non sono presenti scritte in carattere romani a parte i prezzi (ma non capisci le fasce orarie, perché a seconda dell’orario in cui vai ci sono notevoli differenze di prezzo, se vai ad esempio di sera, come noi, paghi parecchio), e ancora meglio, tra i cassieri è praticamente impossibile capirsi in inglese.
Fortuna che tra di noi c’era Elisa, studentessa di giapponese che in più di una situazione si è riuscita a districare con ottimi risultati, così riusciamo a carpire i prezzi e prenotare una sala, che si rivela una piccola stanza in cui a malapena riusciamo a stare tutti. Per arrivare utilizziamo l’ascensore ipertecnologico che suona nel momento in cui si oltrepassa il limite di peso. Facciamo 2 conti, e per quanto noi possiamo barare sui nostri pesi, e sbagliare a dare i pesi ai jappi, comunque l’ascensore è un po’ troppo sensibile, quindi deduciamo che o è tarato male, oppure i jappi in realtà pesano parecchio, magari sono compressi anche dentro. Una volta nello stanzino pieno di luci colorate e con un enorme tv, c’è il problema di far funzionare il telecomando-plancia spaziale. Anche qui Elisa ci ha salvati cercando un jappo che potesse insegnarci l’utilizzo, e qui avviene la scena madre del Karaoke: Vanessa prende in mano il microfono, già collegato all’impianto, quindi con un volume stratosferico, dichiara “Ho sempre voluto farlo: BUUUURRRPPPP (=onomatopea di un’enorme rutto)”, ovviamente, proprio in quell’esatto momento, un jappo modello salarymen, si affaccia nella stanza, specifico che la porta era accanto alle casse, quindi il suo orecchio sinistro è stato letteralmente investito da una gigante onda sonora ruttosa, e tutto quello che ha potuto fare è stata un’espressione pari pari alle faccine dei manga di massimo stupore/scandalo/compatimento, insomma solo la sua faccia valeva il carissimo biglietto del Karaoke. Passiamo 10 minuti a rotolarci dal ridere mentre Elisa comprende il funzionamento del computerino, e iniziamo: Phil ci regala un classicone, mentre io non resisto alla Starway to Heaven, e commetto parecchi errori: non aver considerato che la canzone è tradotta in base midi (assoli compresi) che è quasi da accapponare la pelle, tutte le canzoni sono alzate di tonalità (ma i jappi hanno le voci più acute?), il testo non è corretto (ma da dove l’avran preso???), e l’ultimo e fatale errore, chiedere aiuto buttandosi in un duetto con Alberto, che oltre a non ricordarsela, bè, poi non si riusciva manco a finire le frasi per il ridere. Scappiamo via mentre gli altri ancora cantano, sempre a causa degli orari della metro. Finiamo col classico Birra Combini - Futon.

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03/04/10 sab: Mangarake, Tokyo metropolitan museum of photography, Host club

Tanto per liberarci subito degli acquisti, andiamo in un quartiere fuori dall’area centrale di Tokyo (di cui ahimè non ricordo il nome), dove alla fermata per prima cosa siamo accolti da un’installazione di lanterne rosa (che si ritrovano anche nelle vie dove fioriscono i ciliegi) e da parecchi impiegati che sotto, smistano giornali e scatoloni (?). Il nostro obbiettivo è la ricerca del Mangarake, che ci dicono essere enorme, quindi pensiamo “bè incamminiamoci e lo vedremo!”, altro FAIL, incamminandoci scopriamo oltre alla solita via attorniata di ciliegi che al vento liberano i petali (vedi nota “I fumettisti jappi non si sono inventati nulla”) una splendida, tipica, stretta, via jappa, con i ristorantini di ramen (purtroppo chiusi all’ora di pranzo!), le lanterne, i negozietti, le case e le insegne di legno.. fantastico! Il tutto davvero vicinissimo ad un’enorme centro commerciale da noi ignorato perché inglobato da costruzioni e da una strada coperta da altissimi portici moderni. Ovviamente il centro era quello che stavamo cercando noi, dentro, oltre a vestiti, c’erano tantissimi negozi di gadgets, miniature, manga (compreso uno enorme libreria con i manga disegnati dai fans - ovviamente ne ho preso uno), abiti e accessori cosplay.. il riassunto di come fare impazzire un otaku praticamente. Le caratteristiche generali dei centri commerciali è che non hanno sedie, però è presente un’area relax dove inserendo una moneta da nonmiricordoquantiyen puoi goderti una poltrona massaggiatrice per dieci minuti.
Usciamo e dopo aver realizzato che tutti i ristoranti tipici della via, o non hanno caratteri romani (ergo non ci vogliono) o sono chiusi, optiamo per un bento consumato al parco.
Dopo un breve briefing su chi vuol tornare al Mangarake, e chi vuole girare, optiamo per il TOKYO METROPOLITAN MUSEUM OF PHOTOGRAPHY, rivelatosi un’ottima scelta, le mostre in esposizione erano due, decidiamo per il tempo di visitarne una sola, quella che ci attira di più dai volantini dell’ingresso, installata da un attore giapponese che imita grandi personaggi (perlopiù dittatori del passato). L’installazione era impeccabile, tra luci e disposizione nelle pareti, e le foto, oltre ad essere imponenti e ad avere stampe perfette, erano davvero di ottimo gusto. L’interprete, fotografo, attore di teatro aveva riprodotto foto famose usando solo la sua persona. Presenti anche molto ritratti rifatti da lui, fotografie che in realtà brevi filmati incorniciati in schermi LCD, e due cortometraggi. Il tutto disposto su due piani.
Usciamo ad un’ora per cui è impossibile visitare altro, e nel cammino verso la metropolitana ammiriamo una strana costruzione (di cui un edificio di pessimo gusto occidentale) e lo stabilimento della birra Sapporo. Rientriamo in Ryokan per farci belli perché stasera si passa la notte fuori, la metro la prenderemo alle cinque del mattino! Punto di incontro a Shinjuku, zona parecchio nota per i locali notturni. A solo scopo documentaristico (sono felicemente occupata e quelli considerati figoni jappi sono lontani anni luce dal mio modello estetico) mi unisco alle donnine per andare in un Host Club, la cosa mi incuriosisce davvero parecchio. Per chi non lo sa, gli Host Club sono locali in cui le donne jappe vanno per essere intrattenute da un ragazzo. Il ragazzo host è praticamente un uomo-gheisho che ti versa bere, ti accende la sigaretta, ti mette a tuo agio, e il suo compito principale è ascoltarti attentamente. Fisicamente non accade nulla, almeno non lì dentro. Dopo un breve giro per cercare dei prezzi affrontabili ne troviamo uno con la prima ora gratis, e in seguito 1000 yen ad ora. Le mie compagne gradiscono le foto esposte (ovviamente c’è esposto il “menu” dei ragazzi ahah) ed entriamo. Fortunatamente l’usciere e gestore parla molto bene inglese, ci toglie i cappotti e ci fa accompagnare al tavolo da uno degli host (il primo, a turno i ragazzi si danno il cambio), che come tutti i seguenti non sa nulla di inglese, quindi non vi dico che splendore la comunicazione. Il ragazzo si scrive i nostri nomi in un foglio che poi passerà agli altri. Inoltre il gestore arriva con un prontuario di frasi pronte italiano/giapponese con “Ciao” “Come va?” “Siete belle”.. ovviamente noi compensiamo insegnandogli “Vaffanculo”. La prima esaltante scoperta che vale tutti i 1000 yen spesi è che il sakè è compreso nel prezzo, quindi vai di sakè, nel mentre che i ragazzi dividendosi tra cinque donne provano un minimo di comunicazione (visto che il loro scopo principale è ascoltarci). Si siede tra me e Vanessa un ragazzino davvero tanto mingherlino e bassino, con la solita pettinatura giappa capelli sparati, con cui provo a stabilire un dialogo, chiedendogli se studiano l’inglese a scuola. Ovviamente no, effettivamente riflettendoci un attimo, a livello di difficoltà, è come se noi volessimo imparare l’arabo. Sistema di scrittura anni luce diverso dal nostro, pronunce delle lettere pure, praticamente con tutto quello che un jappo deve studiare per passare i terribili esame per assicurarsi un posto nella società, imparare l’inglese è l’ultima delle cose che gli frega imparare. Addirittura riesco a comprendere che per loro è più facile imparare l’italiano. Comunque la cosa assurda di questo dialogo è che lui si comporta da host, il che vuol dire che sgrana gli occhi mentre parlo (o meglio gesticolo) facendo un’espressione del tipo “sto ascoltando ogni singola tua parola attentamente”, sorride mentre parlo (anche se non capisce che gli dico), e sbatte pure le ciglia. La cosa davvero stranisce, e mi sembra anche un po’ ridicola, ma penso che anche alle mie compagne sta andando meglio? peggio?, visto che si stanno barcamenando con host provolone che decide di passare direttamente al linguaggio universale prendendo un bicchiere di sakè, appoggiandolo sul pacco, e dichiarando “big cin cin!”(trad. dall’inglesejappo: grande cazzo).. (nel mentre mi passavano nella mente le frasi della guida di Alberto “I giapponesi sono timidi”) non sono nemmeno riuscita a ridere da quanto non me l’aspettavo! Comunque i ragazzi seguenti a seconda di a chi piacevano li orientavo verso le ragazze libere e appassionate di jappi, io mi limitavo a dichiarare “Italian boyfriend” e loro scappavano (voglio credere per rispetto, ma invece penso che semplicemente non potessero competere..).. tutto questo finchè non è arrivato tale Shintaro, visto quanto era ubriaco e intoccabile, nonostante il comportamento casinaro e la bruttezza epocale, credo proprio fosse uno Yakuza, magari il proprietario di tutta la baracca. La morale è che mi si è seduto vicino continuando a chiedermi il numero di telefono (era l’unica cosa che riusciva a dire: “You. Number. Phone. Phonenumber.”x30 volte minimo). Alla fine Vanessa (tesoro grazie) mi ha salvato urlandogli lei dell’Italian boyfriend, e finalmente in un lampo di lucidità si è alzato, ma non per andarsene, ma bensì per buttarsi sulle altre ragazze del tavolo! Le gesta poetiche del Tigre (così chiamato da noi) sono già state narrate in un poema ideato dagli altri ragazzi, e non mi starò a ripetere, piuttosto continuo la narrazione dicendo che finito l’orario devi compilare una tabella di preferenze (una specie di questionario di grado di soddisfazione a mo’ di Trenitalia), e puoi richiedere da chi farti accompagnare fuori. Lasciando questionari e scelte alle altre usciamo, e lì mentre cammino mi accorgo dei primi miracoli del sakè. Premesso che era molto buono, e che finchè stai seduto sei lucido, al massimo leggermente più euforico, quando ti metti a camminare ti rendi conto magari di avere esagerato, ma è un tipo di bevanda che comunque ti lascia tutte le capacità motorie, e anzi, puoi prenderti anche una sbronza esagerata, ma il giorno dopo non hai postumi, né mal di testa, il che è qualcosa di straordinario, solo i jappi con la loro efficienza potevano inventare una bevanda simile, che ti alcolizza la sera ma che la mattina lavori in perfette condizioni. Comunque raggiungiamo per raccontare delle nostre imprese il pub dov’erano gli altri ragazzi, l’Hub, e la cosa più comica è che dopo un po’ entrano alcuni dei ragazzi host, compreso il nostro amico Tigre Shintaro! Ancora più sbronzo e piegato, finisce per baciare a stampo uno dei nostri amici (maschi), e a dargli pure 1000 yen, nel mentre che questo, eliminata ogni barriera linguistica, gli sbraitava in napoletano! Io avevo le lacrime, è stata davvero una serata strepitosa. Concludiamo recandoci verso la metro alla prime luci dell’alba quando i palazzi prendono un colore strano, lucido metallizzato, ad ammirare lo spettacolo con noi ci sono salarymen, altri ragazzi jappi, tutti per la prima metro del mattino, quella delle cinque.

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04/04/10 dom: Shibuya

Dopo un sabato di fuoco, arrivati al Futon all’incirca sulle 6 del mattino dormiamo come sassi, al risveglio ci dirigiamo a Shibuya, una delle stazione metropolitane più grande di Tokyo, praticamente puoi girarci dentro ore senza uscire né passare dallo stesso punto 2 volte. Fortuna che c’è Hachiko, ora capisco perché i jappi si danno come punto di incontro quello, oltre che esserci delle scomodissime panchine (sarebbe meglio chiamarli per com’erano, ovvero tubi di acciaio), è anche l’unico punto inequivocabile della stazione labirinto di Shibuya! Dopo le foto di rito presso la statua (piccina in realtà), attraversiamo la strada attraverso l’immenso incrocio che si vede che anche in “Lost in translation” e ci dirigiamo verso una colonna di grandi magazzini, i cui piani non sono tanto ampi, ma si sviluppano verso l’alto. Scale mobili sempre e dovunque, jappine tirate a balestra piene di accessori fragolosi e minigonne-fasce per capelli, ciglie finte e boccoloni biondi (Candy Candy deve aver fatto parecchi danni). Hanno interi negozi stipati di accessori e io mi fermo sbavando su uno di calze, facendone incetta. Giro nel medesimo magazzino però per uomini e non c’è niente da fare, per quanto la media di altezza si sia alzata, i jappi son proprio lontani dal mio modello estetico, sono davvero troppo effeminati, poi le pettinature modello “mi son pettinato coi petardi” non mi ingrifano proprio. Gli abiti da uomo sono piuttosto eccentrici, ma come quelli femminili, davvero curati nei dettagli. Gironzolando finiamo in un internet cafè, costa poco ed è ultra lussuoso, ora capisco com’è che la gente ci fa abbonamenti e praticamente ci vive. L’ambiente è bello, accogliente e allo stesso tempo elegante per la quantità di nero lucido presente ovunque. Fai lo scontrino alla cassa e ti assegnano il tuo vano ufficio, dotato di appendiabiti, poltrona che definire comoda è dire poco, cuffie e pc con connessione impeccabile. Finita la mezz’ora di internet (in cui non abbiamo mancato di collegarci alla chat di Facciabuco e parlarci tra di noi, perché la classe non è acqua), si esce e puoi usufruire dell’angolo riviste, fumetti, bagni iper tecnologici e angolo bar GRATUITO, in cui bere bevande calde o fredde.

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05/04/10 lun: Ginza, Sony building, tempio Sengaku-ji, Roppongi.

E’ un’altra giornata di pioggia in Giappone, e la pioggia giapponese non risparmia nessuno visto che al 90% è accompagna da un bel venticello che ti rende inutile ogni tentativo di non bagnarsi. Quindi pensiamo posti al chiuso - centri commerciali, e così prendiamo la Ginza line, che stranamente ci porta a Ginza! Dopo il solito momento di smarrimento usciti dalla metro (è un casino orientarsi finchè non trovi una mappa), iniziamo a passeggiare per l’elegantissimo e stiloso quartiere, dove gli edifici delle marche (Gucci, Dior, Armani) sono opere d’arte architettoniche pazzesche. Da Gucci vedo il primo uomo giapponese veramente bello, ma mi han detto che non vale perché sicuramente dal profilo e dalla presenza di un minimo di barba in realtà era misto. Proprio mentre la pioggia aumenta e non da tregua ci imbattiamo nel Sony Building, salone espositivo a 7 piani con tutte le novità e anteprime Sony. Partiamo dall’ultimo piano, composto da una sala cinema che trasmettono video musicali jappi (molto nazionalisti loro, la musica ovunque vai è praticamente tutta jappa), scendiamo la scale passando da monitor LED studiati per la visioni 3D, macchine fotografiche, lettori mp3, di cui mi sono innamorata di Rolly (un mini stereo che balla, totalmente inutile ma adorabile).
Il ben pensato acquisto è un ibrido tra tecnologia e tradizione: un gatto dalla mano alzata, che si muove ad energia solare.
Ovviamente i cessi tecnologici lì erano sicuramente il modello migliore, c’erano tutte le funzioni solite, più altre opzioni e funzioni (tra cui i diversi tipi di musichetta da scegliere nel mentre che sei lì che devi nascondere qualche brutto rumorino). Il cielo non ne vuol sapere di migliorare, così la prossima tappa è Roppongi, con sosta al tempio Sengaku-ji, famoso per i 47 ronin lì sepolti dopo il seppuku, per rivendicare l’ingiusta morte del loro padrone. Il fascino delle tombe e dei templi giapponesi viene riconfermato, e anzi sarà un’escalation con apice a Nara. Uscendo, avevamo alla nostra sinistra tre negozi di souvenir, i primi 2 piuttosto moderni, l’ultimo era un negozietto gestito da 2 vecchini compressi (specialmente la signora era davvero tanto tanto bassa e piegata, un vero JPEG), gentilissimi, ci han fatto vedere con un gran da fare ogni souvenir, tra l’altro tutti davvero fatti bene e tradizionali a buon prezzo, ne abbiamo fatto incetta, e gentilmente ci hanno regalato un portafortuna di legno e offerto the verde. La gentilezza e la cordialità pazzesca ci ha davvero commosso. Dopo questa breve parentesi tradizionali ci buttiamo sull’ampio complesso commerciale di Roppongi, tra architettura, arte moderna e l’immancabile giardinetto tradizionale pieno di ciliegi. Prima di immergersi nell’area commerciale, attaccata all’uscita della metro c’è un area ristoranti, in cui ci fermiamo per dell’ottimo sushi. Il centro commerciale fuori è architettura moderna spalata, dentro è davvero artistico, la parole d’ordine è riprendere la tradizione in chiave moderna, tanto che vieni distratto alla struttura del centro e non badi ai negozi. Gran importanza alla luci soffuse, alle cascate e allo scorrere dell’acqua, che ritrovi un po’ ovunque. Sono rimasta particolarmente incantata dalle lanterne giapponesi, riprese però in chiave razionalista, dei piccoli capolavori, come rendere un qualcosa di antico attuale, senza perdere il fascino originario. Davvero notevole. Concludiamo la visita del complesso commerciale con la palla di vetro che contiene gli studi televisivi dei creatori di Doraemon.

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06/04/10 mart: Yokohama e tempura.

Fremevo di gioia, in questo giorno abbiamo compilato, scambiato, insomma fatto tutta la procedura per avere i JR Rail Pass! Premessa, il JR Rail Pass è un biglietto che si acquista NON in japponia, ma all’estero (in Italia ci sono 2 agenzie che se ne occupano), dopo aver fatto il bonifico all’agenzia, quest’ultima ti invierà dei vaucher che dovranno poi essere scambiati presso una stazione JR che può fare la procedura, previa compilazione di qualche modulo. Il JR Rail Pass ti permettere salire in tutti i treni (tranne lo Shinkansen ultra mega figo, il NUZOMI) marchiati JR per un tot arco di tempo. Ovviamente in quelli con prenotazione obbligatoria è necessario effettuarla, per tutti gli altri basta salire nelle carrozze riservate a posti non prenotati. Precisiamo che là esistono ancora le carrozze fumatori, quindi attenzione dove vi sedete se vi da fastidio il fumo.
Tornando al JR Rail Pass, se considerate che l’efficienza del servizio di trasporti jappo la paghi eccome, è assolutamente conveniente prenderlo se avete intenzione di muovervi un po’(infatti in Giappone non è possibile acquistarlo proprio perché agli stessi jappi converrebbe prenderlo, invece è pensata solo come una agevolazione per turisti). Tra l’altro è possibile usarlo anche per tutti i servizi di metropolitana marchiati JR, quindi conviene tenerlo sempre a portata in modo da poter risparmiare anche per la metro.
Il JR Rail Pass ha forma e grandezza di una carta d’identità, è cartonato, plastificato, ha una bellissima immagine metallizzata della famosa onda, e dentro ha timbrato ben in grosso il giorno di scadenza. Una volta che ce l’hai infatti non devi passare dalle porte elettroniche facendo passare biglietto o la scheda magnetica Suica o Pasmo, ma devi passare dal corridoio accanto, dove ci son i controllori, tenendo aperto il JR Rail Pass sulla data di scadenza. I JR Rail Pass sono nominali, ma nessuno ha mai controllato i nomi, a noi è sempre capitato che guardassero solo il timbro della data.
Avevamo già calcolato che tutta la procedura in stazione ci avrebbe portato via un po’ di tempo, quindi la gita prevista per oggi è Yokohama, la Tokyo del mare. Scendiamo e ci ritroviamo in centro a Yokohama, dove prima ci dedichiamo al pranzo (il solito cane morto Yoshida più un dolcetto alla crema a forma di trota) e a qualche spesa (Tokyo Hands.. un reparto solo per fumettisti - I retini! I retini!, qualsiasi cosa per disegno e grafica ecc.. ci avrei direttamente bonificato il mio stipendio e che cavoli), poi realizziamo che siamo sì in centro a Yokohama, ma per vedere il mare è necessario prendere un altro treno che ci avvcini un po’. Quindi altro treno, e finalmente dopo aver attraversato un po’ di strade, e passeggiato accanto a centri congressi lucidissimi e modernissimi, troviamo un bellissimo parco sul mare, premesso che in quel punto lì non c’era spiaggia, ma una banchina piccina recintata. Freddo e vento a parte, l’acqua non mi faceva venire proprio tanta voglia di un bagno. Però la giornata era assolata e si stava benissimo stesi nel parchetto.
Attraversiamo un ponte che costeggia un coloratissimo luna park e saliamo sulla Yokohama Tower, (la prima di parecchie seguenti torri di osservazione), veramente ben organizzata, con acquari con pesci e crostacei rari (compresi i cavallucci marini! Non li avevo mai visti! Veramente eleganti nel muoversi) e ristorantino con vista sul tramonto (pure noi abbiamo goduto della vista seduti ai piedi del binocolo nel ristorante). Insomma tra la visuale e gli acquari, calcolando che il sole tramonta relativamente presto (18e30, non hanno l’ora legale, e il sole sale in cielo molto presto, già sulle cinque scarse albeggia), ci siamo goduti pure noi del meraviglioso tramonto sulle catene di monti dietro la città (perché quello che vedi è città - catena dei monti, sembra bidimensionale, disegnata dietro, giusto a Kyoto, un po’ montuosa c’è un po’ di tridimensionalità).
Torniamo a “casa” e scopriamo che in una via accanto alla solita che percorrevamo, in realtà ci sono un sacco di divertimenti notturni (un Hub con musica al vivo, diversi ristoranti, pachinko e persino un Host Club!), quindi per cena ci buttiamo su un bel tempura, che altro non è che fritto di pesce, ma la cosa che lo differenzia dai nostri è la pastella, croccante all’ennesima.
Birra Combini, e a nanna, per il giorno successivo è prevista una bella levataccia!

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07/04/10 Merc: Mercato pesce, Palazzo imperiale (tutto furchè i giardini).

Levataccia mattiniera, consci che nemmeno il caffè, o meglio il piscio di uomo che ha bevuto caffè in lattina del Combini può migliorare la nostra situazione, proseguiamo imperterriti verso il Mercato del pesce.
Arriviamo là alle 6.00, per scoprire che potevamo andar anche con calma, dato che essendo bassa stagione peschiera, il mercato aveva già chiuso. Infatti non ci resta che girare un po’ tra i commercianti che stanno mettendo via e tentare di immaginare che casino poteva essere. Almeno ho carpito informazioni per il prossimo viaggio, ovvero, la famosa asta del Tonno e una parte di mercato, sono chiuse ai turisti, non dimentichiamo che non è un’attrazione turistica, ma un luogo di lavoro. Comunque all’ingresso ci sono opuscoli con mappe ed è persino possibile prenotare una guida, tutto perché effettivamente è il mercato di pesce più grande del mondo, ergo è immenso.
Per consolarci della levataccia vana, decidiamo almeno (e aggiungerei nonostante fossero le 6 mattina) di fermarci a mangiare in uno dei piccoli ristoranti posti a sinistra appena entrati nel mercato. Entriamo in uno che ha i prezzi che riusciamo a leggere, ed è anche piuttosto attrezzato per i turisti, ci danno persino un laser per indicare il piatto che vogliamo. Ne scegliamo uno a base di salmone, una ciotola di riso con pezzi di pesce crudo sopra, una vera delizia. Un gentile signore accanto a noi si offre anche di spiegarci come va mangiato, ovvero prendendo una ciotolina di salsa di soia, sciogliendoci la wasabi che ritroviamo nel piatto come decorazione, mescolare il tutto e versarlo sopra al pesce della ciotola. Vuoi perché abbiamo seguito il consiglio, vuoi perché il pesce era davvero fresco, è stato il piatto più buono che abbia mangiato in Giappone. Tutto si scioglieva sulla lingua con una vera esplosione di sapori. Meglio non ripensarci.
Premesso che in Japponia abbiamo avuto 2 maledizioni principali: giardino imperiale e monte Fuji. Poi capirete perché.
Comunque ci fermiamo al parco Hibiya, proprio accanto al complesso del Palazzo imperaile e aspettiamo che ci raggiunga il terzo moschiettere Phil e il programma è appunto andare a vedere i giardini imperiali. Mentre godiamo l’antitesi di incrocio di stradoni dietro e parco con ciliegi, laghetto, natura libera davanti (il bello dei parchi jappi è appunto che lasciano quell’entropia tipica della natura proprio per farli sembrare più veri, e il risultato, oltre ad essere più belli, è che sono molto più rilassanti) notiamo un vecchino - custode del parco che spazza le foglie con immensa meticolosità. La sua meticolosità è tale, che nonostante quasi tutti gli alberi stiano perdendo le foglie, quindi dopo mezz’ora il suo operato manco verrà notato, comunque lui dopo aver spazzato tutto il vialetto, lo riguarda, poi nota una foglia appena caduta, le si avvicina, la raccoglie e la butta via. Sottolineo che girate le spalle per fare altro altre foglie ovviamente cadevano, però lui quella fogliolina l’ha raccolta comunque. L’oscar della meticolosità, per noi, normale routine per i jappi. Attraversiamo la strada, salutiamo i jappi dell’autobus “Sola mio” e iniziamo a camminare attorno alle mura dell’enorme complesso del palazzo imperiale. La morale è che gira gira, arriviamo all’entrata dei giardini che piove, e capirai che meraviglia visitare dei giardini se piove. Decidiamo di passare e questo è l’inizio della maledizione, ai giardini non riusciremo ad andarci più. Comunque il solo girarci attorno è pazzesco, ti fa capire l’immensità in cui abita l’imperatore.
Se piove cosa puoi fare? Rifugiarti a AkiaVara ed entrare nel mega store dell’Elettronica, una specie di Comet, però di 7 piani, e la differenza principale è che mentre in Italia è impossibile trovare dei commessi, come ti giri ti giri se hai bisogno c’è sempre una caccia al commesso, in Giappone, nel proprio campo positivo, minimo avevi 4 commessi, ti danno ovviamente il “benvenuto commerciale” in giapponese e pendono dalle tue labbra aspettando che tu abbia bisogno di qualcosa. Commozione e commozione. Oltre che stupore per quanta roba poteva esserci là dentro, per i prezzi, vagamente più bassi per molte cose, per il settore dei loro cellulari (causa la loro scrittura hanno bisogno di schermi immensi, e dei nostri cellulari se ne fan poco).. insomma era una cosa da visitare. Dopo aver gironzolato un altro po’ (siamo ovviamente ripassati dal sexy shop), decidiamo di tornare a casa ad un’ora decente perché il giorno dopo ci aspetta la gita a Kyoto, ed è meglio essere in forma. Però prima di coricarci è necessario fare un giro in lavanderia, star 2 settimane fuori senza strariempire una valigia è impossibile se non si fa un bucato. Sotto indicazioni del nostro amico e gestore della ryokan Satoshi raggiungiamo una lavanderia a gettoni posta in un vicolo fatto a chiocciola (per la serie o sai dov’è o non ci vai) vicina ad un bagno pubblico. Le macchine sono un po’ scassate ma sembra facciamo il loro dovere, a parte che è tutto scritto in kanji. Non abbiamo il detersivo e coi gettoni prendiamo quello che pensiamo possa essere detersivo ma in realtà non lo sappiamo perché vengono giù dal distributore 3 scatole con lo stesso disegno ma con colori diversi. Deduciamo che il blu possa essere il detersivo e che il rosa l’ammorbidente ma non ci fidiamo molto. Un jappo, giovane, entra e proviamo a chiedergli informazioni. In un bizzarro dialogo gesticolato jappo-italiano-inglese? Forse capiamo come funziona il tutto, l’unica cosa che non azzecchiamo è l’ammorbidente ma poco male. Anche perché mentre il povero jappino spiegava mi ero dimenticata che sotto la felpa non avevo nulla a parte il reggiseno (tutte le mie magliette si stavano lavando) e presa dal caldo dello stanzino ho praticamente fatto uno micro-spogliarello non voluto (povero jappo, già di tette non ne vedono mai).

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08/04/10 giov: Kyoto

Oggi si prende il mitico Shinkansen, il treno superveloce Tokyo-Kyoto, pulito, lussuoso, spazioso, e talmente fermo nonostante la velocità che ci potresti costruire un castello di carte dentro. Il viaggio dura due ore e mezza, ma pesa relativamente poco grazie alle poltrone spaziose e comode. Arriviamo a Kyoto e miracolosamente splende il sole, che ci assisterà per tutta la giornata. Usciti dalla stazione (enorme e piena di ogni genere di negozio turistico) cerchiamo di capire come fare a muoverci per vedere più cose possibili senza diventare matti per capire la metropolitana. Proprio davanti alla stazione, l’idea vincente di Phil: noleggiare una bici! Girando effettivamente ci siamo accorti che erano parecchi i posti dove poterlo fare (anche a Nara), noi abbiamo semplicemente seguito i cartelli del primo che abbiamo visto, finendo in un piccolo parcheggino a conduzione familiare, dove la giapponesina figlia del proprietario (aveva le tette! Una delle poche jappe tettate!) ci ha dato le bici, poi estremamente gentile ha tracciato sulla mappa un possibile percorso da fare per vedere tutti i posti più importanti. Partiamo, prima tappa il tempio Toji, vicino alla stazione, e subito riusciamo a fare una bella figura con le bici: vediamo un bel casetto di legno che sembra proprio un posteggio bici, e tranquillamente le parcheggiamo dentro, senonchè veniamo chiamati da un poliziotto che gentilmente ci fa notare che abbiamo parcheggiato nella stazione di polizia (che ha sempre uno spazio per le bici, molti poliziotti vanno in bici).. gran figura! Spostate le bici nel parcheggio del tempio, facciamo il biglietto di ingresso ed entriamo in un meraviglioso complesso tra edifici religiosi e un’altissima pagoda, il tutto attorniato da giardini in fiore. Davvero niente male per essere la prima tappa, quindi ripartiamo e ci dirigiamo alla seconda tappa, fondamentale ma lontana, ovvero il tempio dove son state girate alcune scene di “Memorie di una Geisha”. Per la strada ci fermiamo in un altro complesso di tempi, passiamo attraverso un passaggio a livello (come quello dei manga!), un ponticciolo di legno, poi finalmente arriviamo nell’immenso complesso che tra tempi, corridoi, statue, si estende per tutta la montagna. Ovviamente l’attrazione principale sono i corridoi (lunghi fino a 4 km) di tori rossi di legno. Camminare in un percorso di tori rossi è una sensazione da un lato rilassante, dall’altro strana, però assolutamente da fare. Ovviamente avevamo frettissima (concentrare Kyoto in un giorno è impresa epica) però mi appunto per la prossima volta di lasciarmi un giorno intero per percorrere tutto il cammino di tori ed entrare nello spirito meditativo.
Ci fermiamo anche in qualche stand turistico tra cui uno che vendeva kimono, yukata ecc usati ed estivi, quindi con dei prezzi abbordabili, e ognuno si butta in qualche acquisto tipico.
Lasciamo a malincuore questa bellissima area per andare nel tempio più affollato, il cui ingresso è preceduto da una via assolutamente turistica che vende ogni sorta di gadget moderno e non riguardante i tempi antichi. Questo tempio è definito il tempio sull’aria proprio perché costruito su una specie di palafitta appoggiato su una cresta di un monte. La vista del tempio e dal tempio è meravigliosa, ovviamente vialetti e scalinate con tripudio di fiori di ciliegi, tantissimi jappi vestiti con gli abiti tipici. Il tempo stringe, quindi passiamo attraverso un quartiere di case da te di legno, fini ed eleganti, riusciamo a intravedere da lontano probabilmente una maiko che sta rientrando, finiamo in una via sempre di case da te ma ultra turistica, tanto che siam costretti a scendere dalla bici per farci strada tra la folla, poi mega scarpinata in bici verso il castello, ex sede dell’imperatore, che però chiudendo alle cinque, l’ultima entrata è per le quattro mezza (e noi siam arrivati alle cinque rosicate). Poco male, ci vedremo l’interno del cortile dalla torre di osservazione di Kyoto, in cui andiamo dopo aver lasciato le bici e ringraziato il padre della gentile ragazza. Sulla torre ammiriamo dall’alto i tempi che abbiamo visitato, ci rilassiamo, Alberto riesce a far ridere tutti i jappi compresa la donna-ascensore (con la divisa ovviamente) con un finta uscita al piano ristorante (in cui l’ascensore si ferma prima di raggiungere il piano terra), quindi anche le donne-ascensore non sono finte, ma riescono a provare emozioni. Prendiamo il treno per tornare a casa, e pensiamo a come organizzare il domani. Il pensiero che potesse saltarmi il museo Ghibli mi rattristava un po’, così anche se voci dicevano che bisognava prenotarlo mesi prima, e che la prenotazione senza il supporto di un giapponese sarebbe impossibile, decidiamo di provarci lo stesso una volta tornati a Tokyo.
Le prenotazioni vengono fatte tramite delle macchinette nel Combini Lawson. Macchinette in giapponese. Quindi chiediamo al commesso (cappellone-samurai) se ce la può fare lui.
Niente di più semplice, ci chiede quando vogliamo andare, e scopriamo che ci sono posti liberi (addirittura scelta tra mattina e pomeriggio) anche il giorno dopo, poi traduce i nostri nomi in kanji per noi, compila tutto, lo paghiamo e ci consegna i biglietti di prenotazione.
Per la serie sembrava tanto difficile, invece ce la si faceva benissimo. Ovviamente la dritta che era al Lawson dove potevi fare le prenotazioni era fondamentale, quindi ringraziamo Rando per averci dato lo spunto!

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09/04/10 ven: museo Ghibli, Mitaka.

La mattinata parte con un enorme FAIL dei giardini imperiali chiusi (la maledizione), ci consoliamo con la statuina di godzilla (ebbene sì han fatto una piccola statua modello hachiko poco lontano dal palazzo imperiale) dove facciamo foto e stupidaggini varie. Poi passiamo attraverso un giardinetto più stile occidentale, dov’erano diverse statue di samurai e imperatori tutti su cavalli dalle chiome ondeggianti-violente, notevoli, infine sentiamo il bisogno di ripassare da Tokyo Hands perché è l’unico posto, oltre alle torri di osservazione, dotato di cartoline (che forse in Giappone non vanno molto). Rimaniamo nuovamente incantati dai mille reparti fantastici (c’è di TUTTO), evito quello per i grafici e disegnatori per questioni di amor proprio, e andiamo direttamente a saccheggiare le poche cartoline rimaste, tutte estremamente photoschoppate e abbastanza tristi, ma non c’era molta scelta!
Per evitare di cannare il nostro orario di ingresso per il museo Ghibli prendiamo il treno per Mitaka piuttosto presto, quando arriviamo fortunatamente fin dalla stazione è segnalato il museo, che ha persino un bus personalizzato per arrivarci, ma essendo la distanza poca e noi arrivati con largo anticipo e preferiamo farci una camminata sul viale costeggiato da fiumiciattolo e ciliegi. E’ decisamente una zona tranquilla di Tokyo, ci sono molte casette singole e a schiera, somiglia più a certi quartieri residenziali che abbiamo visto a Kyoto, che a quello che abbiamo visto a Tokyo fin’ora. Nel tragitto incontriamo una coppia che soggiorna nella nostra stessa Ryokan e ci assicura che la strada è giusta e che il museo è stupendo (tra l’altro loro la prenotazione l’han fatta lì per lì nel Lawson accanto al museo..). Una volta arrivati, ancora senza un pranzo sullo stomaco, al posto di buttarci nel solito combini, andiamo in un combini artigianale, dove acquistiamo cibo bento. Perfettamente puntuali entriamo nel museo, in cui purtroppo è vietatissimo fare foto (quindi a parte qualche foto alla struttura esterna, non troverete altro negli album che prima o poi caricherò). Alla cassa cambiano la nostra prenotazione con il biglietto e ci dan anche un biglietto-fotogramma da utilizzare nel piccolo cinema del museo, dove viene trasmesso ogni quarto d’ora un cortometraggio inedito di Miyazaki. Il museo, non molto grande, è composto dal piano terra e 2 piani superiori, in realtà con poche stanze perché il grande atrio centrale ha altezza fino al soffitto. Il museo è per bambini, ci sono bagni ovunque, porticine e piccole scale a chioccola, e anche nelle stanze le cose da vedere sono alla loro altezza, quindi spesso e volentieri ci chiniamo. Una stanza è dedicata al “mio vicino Totoro” , ci sono costruzioni meccaniche che riproducono i movimenti dei personaggi del film, mini teatrini dove tramite sovrapposizione di pannelli sono stati ricostruiti gli scenari, molte cose interattive dove bisogna girare una manovella o azionare qualche meccanismo. Un enorme cassettiera presenta cronologicamente la filmografia di Miyazaki, e al centro di una delle stanza sotto vetro ci sono tutte le buste contenenti sceneggiature e schizzi per la realizzazione (occupano un area di almeno 3 metri per 4). Un’altra stanza, su modello di quella di Totoro, è dedicata a Ponyo sulla scogliera e contiene il plastico di una balena cavalcata da Ponyo. Al piano superiore, oltre all’apertura sul terrazzo e una scaletta per arrivare sul tetto, dove è presente la scultura ferrosa di un robot, c’è una stanza-nursery dove i bambini possono giocare nell’immenso gattone-bus (del film di Totoro) peluche, riempito all’interno con le palline di plastica (perché non potevamo entrare? Perchèèè voglio tornare piccinaaa). Nel piano di mezzo oltre al meraviglioso e ultra rifornito negozio di gadgets chiamato “Mamma aiuto!”, c’era la cosa più bella del museo (insieme al cortometraggio): la riproduzione dello studio di disegno di Miyazaki. Tutti i libri con le documentazioni, gli schizzi, scrivania piena di ogni tipo di colori, dalle matite ai gessetti, disegni di panorami appesi, stupendi, anche dai quei piccoli schizzi ho compreso quello che già avevo sospettato, ovvero che Miyazaki ha un dono, quello grazie alle linee e alle colorazioni di rendere magico ogni piccola inquadratura. Qui apro una breve premessa: sono una che si commuove parecchio, ci sono film che mi han fatto scendere tonnellate di lacrime, ma quelli di Miyazaki, in particolare mi riferisco alla città incantata, ma generalmente posso estendere la cosa in tutti i suoi film, mi muovono delle corde interne che mi fan davvero piangere tanto. Generalmente abbiamo un protagonista, che è giovane, una bambina, e durante il film è come se crescesse, o meglio maturasse proprio, quello che prima era accenno di coscienza, dopo diventa una vera e propria maturazione. Miyazaki narra con estrema eleganza e ci illustra il passaggio dall’età della spensieratezza e del gioco a quello dell’età adulta. Lo da in un modo amaro-dolce, e la cosa che forse mi tocca dentro, è proprio il fatto che descriva così bene quella beata ingenuità, tocchi nel reale i giochi, i colori. Per esempio, se pesco nei ricordi di quando ero molto piccola, mi sembrava ci fosse una luce molto più forte e abbagliante, tutto fosse più colorato rispetto ad ora. Forse crescendo è come se uno facesse un processo di saturazione interna, non so. Nei film di Miyazaki però rivedo quei colori, quella luce più luminosa, e credo sia questo oltre alla trama che mi fa scattare qualcosa dentro. Per tornare al discorso museo, già dai suoi schizzi c’è questo filtro infantile, questo tocco magico. Sarà talento, sarà un dono.
A parimerito con quella stanza, bellissimo il cortometraggio, che proiettavano in una mini-sala tutta decorata in stile. Non era necessario sapere il giapponese, il cortometraggio era perlopiù onomatopeico, e l’altra cosa buffa era che anche tutti i rumori (come quello del vento, del traffico ecc) erano riprodotti con versi della voce. La protagonista, carica futon e mele per spostarsi dalla città inquinata e rumorosa alla campagna (ammiro la ricerca continua dei giapponesi che nonostante si attorniano di tecnologia mantengono ben saldo il rapporto interiore con la natura) dove per poter attraversare fiumicciatoli e campi deve pagar pegno con una mela ai vari spiriti. Presa da un temporale improvviso si rifugerà in una piccola casetta.. e qui non voglio rovinare il finale a chi vorrà andarlo a vedere. Usciamo e aspettiamo Rando per farci un giretto nel parco accanto al museo. Dicono che con la fioritura dei ciliegi sia il parco più bello di Tokyo, e non stentiamo a crederlo, con un enorme lago nel mezzo (in cui è sfortuna per le coppie farci un giro in barca, perché si lasceranno!), i soliti jappi che fanno hanami, qualche tempiuccio e ponti di legno (da cui vedere quei stinchi di carpe), il tutto tappettato dai petali di ciliegio caduti. Fantastico e romantico. Finito il giro per il parco ci facciamo portare da Rando in un piccolo ristorantino tipico, dove 3 donne fanno da mangiare davanti ai clienti. Ognuno di noi ordina un piatto tipico diverso (io del ramen verduroso) e lo gusta con piacere. E’ il momento di salutare il fortunato (perché abita in Giappone) e gentilissimo Rando, e rientrare per prepararci alla serata disco. La stanchezza e le bruciature in faccia causate dalla giornata in bici a Kyoto di fan sentire, e dopo qualche sclerata generale riusciamo ad accordarci e beccarci tutti alla stazione di Shibuya (da Hachiko ovviamente). Stasera era una delle altre serate con previsione di far mattino, e per stare su io e Albe abbiamo la brillante idea adolescenziale di riempire la bottiglia d’acqua di sakè (han lo stesso colore) e di scolarcelo in giro. Sicuramente una bellissima serata, che ometterò dati i ricordi confusi causa sakè.

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10/04/10 sab Harajuku, Okonomiyaki, Gonen gai

E’ sabato, dopo aver fatto le 6 del mattino la sera prima e aver ammirato i salarimen distendersi sui seggiolini della metro, con molta calma ci dirigiamo ad Harajuku, dove mentre aspettiamo gli altri visitiamo il parco e il tempio Meiji-Jingu. Un immenso tori di legno apre ampi sentieri ciottolati che portano a diversi complessi di tempi e di esposizione di botti di sakè. Il tutto immerso in una natura folta e boschiva. Finito il giro tra i sentieri torniamo al ponte di Harajuku, dove i nostri compagni di viaggio hanno sperimentato il “FREE HUGS” con tanto di cartelli. Un esperienza unica, anche solo da vedere (sono troppo vecchia per certe cose io), da menzionare le jappine che cadevano innamorate ai piedi di Batsy (dove lo rivedono un occidentale capelluto, alto, con gli occhioni azzurri?), i jappi che appena vedevano Vanessa andavano incontro alle sue tette (lei è alta, quindi già il jappo medio era ad altezza tette, se calcolate poi che è veramente superdotata, i jappi abituati al piattume ci sguazzavano). Insomma un divertente pomeriggio. Per cena proviamo un’altra specialità tipica jappa, ovvero l’okonomiyaki, che ridotta ai minimi termini si può definire una frittella. Ci vado coi miei 2 cavalieri di viaggio che fortunatamente c’erano già stati (nel mentre che ero all’Host club), e sapevano come procedere. C’accomodiamo sui tavolini in cui stare in ginocchio, in ogni tavolo c’è una piastra dove cucinare. Ordiniamo e ci viene portata uno scodella con gli ingredienti della nostra crepe, siamo noi gli incaricati a spaccare l’uovo dentro e a mescolare il tutto con una salsa (che metti a tuo piacimento, il tubetto è sul tavolo). Una volta tutto ben frullato si rovescia sulla piastra precedentemente unta (sempre con olio presente sopra al tavolo), si cuoce ben bene rigirandola, le si mette la salsa che si vuole sopra (c’è la scelta tra quella di soia e quella più agrodolce color caramello) e si mangia. Una vera delizia. Finita la cena abbiamo passeggiato fino al quartiere Gonen Gai, formato da stradine strettissime e minuscoli bar con clientela selezionata. Praticamente entri in una stanza con un bancone e 4 seggiolini (a volte c’è anche un po’ di spazio al secondo piano) ed è tutto lì. Si entra e si parla col gestore. Non siam entrati un po’ proprio perché non credo che gli occidentali siano benvenuti, le scritte sono tutte kanji, e comunque se l’attrazione principale è PARLARE con il barista, non sapere una parola di giapponese non aiuta. In più si tratta di una zona perlopiù gestita dalla Yakuza, meglio evitare di entrare nel posticino sbagliato. Però davvero caratterista, anche perché tutto il quartiere, che somiglia a una baraccopoli, è attorniato da strade pedonali sentierate con lanterne fisse e alberi. Da passaggiarci.

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11/04/10 dom Monte Fuji, (Odawa, Goia, Sutzen, Owarichi), Takadanobaba.

Missione Monte Fuji. Ci allontaniamo da Tokyo per avvicinarci verso quella striscia montuosa che teoricamente si dovrebbe vedere anche da Tokyo, praticamente grazie ai mille grattacieli non si vede nulla, quindi tanto vale prendere qualche trenino e avvicinarsi alla grande montagna. Il tempo sembra graziarci (sembra!) e passiamo dai soliti treni jappi moderni e comodi ai trenini più simili ai tram, (dove tra l’altro incontriamo una coppia di mezza età di coniugi bolognesi, che stava facendo un tour per il Giappone tutto organizzato da loro). Arriviamo a Goia, una piccola piccola località sui monti, ci rilassiamo un po’ mangiando una specie di crepes salata, ma non fatta con l’uovo, bensì con una pasta croccante di riso, che poi viene immersa in salsa di soia e fatta cuocere. Il risultato è qualcosa di orgasmatico, infatti prima di tornare a casa ne abbiamo prese qualcuna confezionate, ma non erano buone come quella artigianale fatta da questo vecchino che appena scoperto che venivamo dall’ItaRia ha iniziato a dire le quattro parole in italiano che sapeva (era stato a Roma) come “ciao, pasta, bella, spaghetti” e io di rimando gli ho insegnato (o almeno credo) che anche da noi ci sono delle cose simili a quelle che stava cuocendo, che chiamiamo “piadina”, e lui l’ha pure ripetuto. Quindi la scena era questo vecchino jappo compresso e rugoso con questa crepe in mano che diceva “piadina, piadina, piadina” a me. Quasi quasi gli potevo consigliare un gemellaggio Balze-Goia. Ovviamente ancora non si vedeva un tubo di monte Fuji, e capiamo da una mappa che ci sono diversi punti di avvistamento, per raggiungere quello più vicino a noi è necessario prendere un altro trenino e la funivia. Vado al piccolo ufficio turistico per informarmi su orari, modalità e prezzi, e davanti a me mi ritrovo una vecchina jappa che ovviamente non sa una parola di inglese. Inizia un dialogo gestuale sulle mappe, con ogni tanto l’intrusione di un jappo che provava a tradurre in inglese qualche parola. La conclusione della vicenda è bellissima: la signora fa segno di avere una botta di genio, e mi scrive in giapponese le informazioni che mi servono (presumo orario e prezzo dei treni e funivia), quindi io mi ritrovo con un foglietto di scarabbochi in mano, e ovviamente ne so quanto prima. Però lei mi guarda con un sorriso dolcissimo e non riesco ad insistere, ma ringrazio inchinandomi e vado. Alla fine davanti ad un pannello della stazione riusciamo a comprendere che dobbiamo prendere un altro treno fino a Sutzen, poi da lì prendere la funivia fino a Owarichi (che abbiamo scoperto dopo essere una località piena zeppa di sorgenti solfatare, quindi non vi dico che buon odore). Il treno Goia - Sutzen ha una pendenza tale che funziona con un sistema di cavi, per cui va su un treno e scende l’altro e viceversa. La funivia era tipicamente efficiente, con tanto di vocina registrata all’interno, che ti dava il benvenuto pubblicizzando tutta la linea. Insomma arriviamo al punto di osservazione formato da una specie di autogrill (che come mascotte aveva un “Hello Kitty” con un uovo nero, tipico uovo cotto nelle solfatare, che sarà una ricetta tipica del posto) e da un terrazzo, inaliamo tutta la fantastica aria fornita gentilmente dalle solfatare e NON vediamo il Monte Fuji. La giornata è chiara e limpida, ma ovviamente esattamente davanti a dove dovrebbe essere il monte c’è una bella schiera di nuvole, e non si vede nulla di nulla. Il tutto susseguito da un momento di panico: eravamo attorniati da jappi tutti con un cappello da baseball con scritto Australia. Perché? Mistero.
Aspettiamo un po’ ma le nuvole al posto di calare aumentano, quindi rientriamo dopo aver fatto un giretto nell’autogrill cercando cartoline che non abbiamo trovato. Per consolarci dallo zolfo e dal monte Fuji mancato (con la speranza inesistente di vederlo nei giorni successivi dalla Tokyo Tower) torniamo a Goia e prendiamo un gelato, e vogliamo farci del male prendendo i gusti tipici jappi, ovvero “Sakura” (ciliegia) e Tè verde. Io e Alberto abbiamo in mano questi 2 coni, uno rosa e l’altro verde acido. Se i colori non erano un gran chè, i sapori forse erano anche peggio.
Ritrovati con gli altri del gruppo che sono rimasti nei pressi di Goia, torniamo verso Tokyo, e per cena decidiamo di provare un sushi su nastro nel quartiere di Takenobaba (quartiere dov’era la Ryokan degli altri). Finalmente in un vero tentai (o come si scrive) con tanto di rubinetto di acqua calda dove mettere sotto il bicchiere e fare il tè verde. Siamo solo 12, quindi occupiamo tutto il ristorante, riempiamo il tavolo di piattini e spendiamo pure poco per la quantità di sushi ingurgitata. Tra l’altro impariamo pure una cosa. Al posto di chiedere birra, richiediamo il sakè, e ad un certo punto arriva un cameriere con un piattino di sushi al salmone (perché potevi anche richiedere il piattino che volevi), praticamente abbiamo scoperto che “sakè” può voler dire anche salmone! Abbiamo anche scoperto che il sakè loro non ce l’hanno, e ci hanno consigliato di prenderlo al Combini. Dopo averne sperimentati diversi tipi siamo arrivati alla conclusione che quello più buono (oltre alla bottigliona presa una volta) è quello con l’etichetta blu, perché ha una sapore molto meno amaro e più fruttato, e va giù come se niente fosse. Per digerire facciamo un giro per le sala giochi cercando un Dance Revolution che non abbiamo trovato, finendo per giocare al gioco dei tamburi giapponesi (sempre gettonato) e quello di batteria. Infine metro - birra Combini - futon.

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12/04/10 lun: Nara.

E’ l’ultimo giorno che ho disponibile il JR Pass e contro tutto e tutti da sola vado a Nara. Le ore di treno sono tante, ma non sapendo quando tornerò su questa terra (ma ora più che mai convinta di tornarci), mi sveglio alle quattro e mezza del mattino per prendere prima metropolitana e primo Shinkansen. Tutto perfetto, arrivo a Kyoto, dove ho il cambio, e faccio l’errore di prendere una specie di regionale che si ferma, non solo a tutte le stazioni, ma penso pure ad ogni casa vicina alla stazione. Il risultato è che tra il treno tram molto meno comodo del Shinkansen, e il viaggio infinito, mi snerva più questo viaggio che il resto. Mettiamoci anche che non ha smesso di piovere un attimo per tutta la giornata, non è che facessi proprio i salti di gioia. Comunque arrivata in stazione a Nara mi fiondo al centro informazioni per avere una mappa e un consiglio su come muovermi per vedere tutta Nara in un giorno. La signora del centro informazioni sa l’inglese, e pure piuttosto bene, mi illustra la mappa, mi consiglia data la pioggia di prendere un bus fino alla fermata principale del parco, poi muovermi a piedi con l’ombrello da lì, poi fare tutto un percorso attraverso un quartiere vecchio per tornare verso la stazione. Seguo il percorso alla lettera, salgo sul bus, che fortunatamente è dotato di uno schermo con segnate tutte le fermate (quindi non mi sbaglio), arrivo al parco che è pieno di segnali per vari tempi. Nonostante la pioggia ininterrotta il parco è meravigliosamente verde, e i cervi, i famosi cervi di Nara, ci sono davvero e passeggiano anche tra i turisti tranquillamente per tutto il parco. Ci sono stand dove puoi comprare dei biscotti da dargli, ma dopo ti devi anche preparare ad un assalto, infatti ho visto cervi azzannare cappotti, ombrelli, borse, pure io mentre guardavo la mappina mi sono accorta che simpaticamente un cervo me ne stava mangiando un angolo. Comunque a Nara vedo il castello contenente il Buddha più grande del Giappone, ed è davvero enorme, successivamente il tempio con il maggior numero di lanterne rosse, e di seguito quello col maggior numero di statuine juzizu (un po’ megalomani a Nara). Tutto è dentro al parco, collegato da vari sentieri di pietre. Una volta fuori mi dirigo verso un quartiere antico passando accanto ad una pagoda, collegata ad uno stagno tramite un’infinita scalinata. Interessante il lago artificiale, posto tra un incrocio di vie, senza alcun tipo di recinzione, praticamente ci puoi finire dentro mentre cammini! Passato il laghetto e un tipico ponte giapponese dove sotto passava un piccolissimo canale con tanto di barchetta di pietra con altre statuine dentro, arrivo al quartiere antico, molto in antitesi rispetto ai quartieri di Tokyo, perché al posto di puntare alla verticalità, si punta all’orizzontalità, infatti tutte le case di legno e carta, perfetti parallelepipedi, pieni di linee orizzontali e verticali. C’è il legno, c’è dove lasciare le scarpe prima di entrare, il che è accogliente, poi però non sai come spostare i pannelli per entrare, quindi allo stesso sembrano casette impenetrabili. In questo quartiere dovrebbe esserci l’ultimo tempio che ho in programma, e non riesco proprio a trovarlo, tutto ciò con una cascata di pioggia ventosa che non finiva un attimo (il che non è molto comodo se devi tenere aperta una cartina e cercare di orientarti). Alla fine decido di chiedere a qualcuno, e mi infilo in quello che doveva essere un negozietto. Appena apro la porta un aroma fortissimo mi invade le narici.. torrefazione di tè! Tè verde!!! Era un negozietto di tè verde che nel mentre essiccava anche le foglioline. L’anziano signore mi fa due favori in uno, mi vende il tè, (ho preferito andare sul tradizionale, in fondo sono ancora completamente ignorante nei confronti dei tè, inutile buttarmi su chissèchetipo, ho preso il classico Sencha), quello vero, in foglioline essiccate che quando toccano l’acqua calda si aprono sprigionando il loro sapore (che a me piace), secondo quello di darmi le giuste indicazioni per il tempio che altrimenti non avrei mai trovato. Al tempio semi deserto trovo un cassiere assai amante del proprio lavoro, mi da la pianta del complesso, e mi ripete 4-5 volte di fermarmi assolutamente a vedere in un certo punto le tegole del tetto, che son rimaste quelle antiche antiche, han resistito a bombardamenti e terremoti (il che sicuramente gli fa onore). Io le guardo ma il mio massimo della poesia è ricordare i tempi passati quando giocavo a quel gioco per la playstation di Ninja, e non facevi altro che salire su quei splendidi tetti composti da quelle tegole. Oltre a quello ritrovo le solite statuette, e dentro uno dei complessi una splendida statua di legno, dipinta a tratti, raffigurante un demone. E’ proprio giunta l’ora di tornare in stazione, mi aspetta un’altrettanto lungo viaggio di ritorno e inoltre a furia di camminare sotto la pioggia, da metà coscia in poi sono completamente fradicia, piedini compresi. A Nara mi faccio furba e prendo un treno tipo interregionale che fa molte meno fermate e arriva prima a Kyoto. Mi siedo sui sedili, e mi accorgo che il controllore per fare in modo che tutti i sedili siano rivolti per il verso giusto della corsa, aziona un meccanismo che li ribalta. Cambio posto al volo per permettergli questo lavoro (che già qualche passeggero salendo ha fatto da solo), e penso che i jappi siano davvero avanti, e che non era poi chissà che meccanismo complicato da mettere anche sui nostri treni.. comunque a Kyoto, vuoi perché non vedevo l’ora di fare la doccia con acqua non piovana, vuoi che mi sentivo un po’ febbricitante da stanchezza e fradiciume, salgo in fretta su un Shinkansen, dimenticandomi completamente che con il JR Pass ci sono certi tipi di treni ultra veloci su cui non puoi salire. Sono lì beata a godermi paesaggio, calduccio, e un bentino (che era il mio pranzo consumato in ritardo di qualche ora) e arriva un controllore donna (che dalla divisa somigliava più a una di quelle donne ascensore) che controlla i biglietti. Un controllore? Mai visto in controllore, anche perché per entrare nell’area treni devi comunque aver usato o il biglietto, o la Suica, o il JR Pass, quindi è un po’ inutile effettuare anche un controllo.. tutti i jappi tirano fuori dei biglietti, e anche questo mi sembra strano, di solito hanno abbonamenti.. poi mi guardo attorno e mi accorgo che i sedili sono più comodi dei già ultra comodi sedili dello Shinkansen normale, guardo la scritta dove appaiono le fermate e noto un bel “Welcome to NOZUMI Shinkansen”.. il Nozumi è ovviamente un treno che non potevo assolutamente prendere con il JR Pass, avrei dovuto pagare un biglietto che sarebbe costato più o meno un terzo della mia vacanza là. Panico. Candidamente faccio vedere il JR Pass alla control woman, e lei in italiano mi dice “un momento” e si segna in un micro taccuino dove sono seduta. Nel mentre che si allontana penso a tutte le possibili strategie, saltare giù dal treno alla prima fermata, chiudermi in bagno, oppure e propendo per quest’ultima, essendo le informazioni scritte sul retro del JR Pass in inglese (compresa quella che avverte di evitare i Nozumi), decido semplicemente di essere un’italiana che non sa parola di inglese, che ignora il tutto, e magari avrei continuato a ripetere shinkansen shinkansen finché non avrebbero trovato un traduttore italiano che avrebbe dovuto spiegarmi tutta la faccenda. Forse il controllore ha letto nel pensiero la mia strategia, forse era già in difficoltà al solo pensiero di dovermi spiegare tutta la faccenda, sta di fatto che nell’ora rimanente di viaggio non passa nessuno, e quando finalmente arrivo a Tokyo mi fiondo giù molto felice di aver evitato un mega multone. La mia coscienza è giustificata dal fatto che ero completamente febbricitante, e non ho proprio pensato a questa faccenda, altrimenti col cavolo che avrei rischiato così. Comunque mi trascino tra metro e piedi fino alla Ryokan, mi faccio dare dal buon Satoshi la chiave per entrare in stanza, mi tolgo i panni fradici, preparo i puliti e mi fiondo nella doccia, che per l’unica volta in tutto il viaggio non mi sembra scottare come al solito (le docce in Giappone le puoi regolare solo dai 37 grandi in su). Dopo sto davanti al nostro ventilconvettore che spara aria calda (accanto a me pantaloni e scarpe per asciugarli) con il phon in mano, creando una galleria di vento caldo e riesco un po’ a riprendermi da tutta la pioggia presa. Collasso sul futon e aspetto il rientro dei baldi giovani per vedere di cercare qualcosa per la cena. Ormai manca poco, domani è l’ultimo giorno serio prima della partenza, e non vogliamo farci mancare il pasto alla catena del solito cane morto.

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13/04/10 mart: Tokyo Tower.

E’ ufficialmente l’ultimo giorno, e ancora tra pioggia e altri impegni non siamo andati alla Tokyo Tower. Oggi c’è pure il sole, non c’è miglior giorno di questo per fare l’ultimissimo tentativo di vedere la maledetta montagna.. prima però salto doveroso alla posta (che apre alle 10 del mattino) per spedire le cartoline. Trovare un ufficio postale è quasi impossibile data la nostra ignoranza su come potrebbe essere il simbolo delle poste giapponese. Fortunatamente un salarimen, prima prova a spiegarcelo, poi vedendo i nostri sguardi completamente sperduti e bisognosi d’aiuto decide di sua spontanea volontà di accompagnarci fino alla soglia. Mentre ci lasciamo guidare passiamo davanti ad un Pachinko, ancora chiuso, ma assurdamente i jappi già fanno la fila fuori per entrare, fila gestita da un buttafuori.Arriviamo alle poste, faccio la fila, il sistema è ultra veloce e in meno di due minuti sono davanti ad una cassiera, chiedo quanto costa inviare le cartoline in Italia e lei prendendo la calcolatrice mi fa vedere la cifra, decido di spedirle tutte, per il semplice fatto che inviare una cartolina dal Giappone per l’Italia viene quanto la posta ordinaria italiana, anzi un po’ meno. Non so se ammirare il loro efficientissimo e veloce servizio e provare vergogna per il nostro, o semplicemente vergognarmi dei prezzi esagerati per un disservizio che abbiamo (l’ultima che è successa a mia zia è che son riusciti a perderle una raccomandata.. UNA RACCOMANDATA! Se neanche quella è più posta sicura, che faccio, inizio a portare le cose a mano???). Comunque l’operazione cartoline è conclusa, non ci resta altro che andare alla Tokyo Tower.
Alberto ha un piano, che approvo ed è richiesta la mia collaborazione per attuarlo, l’attacco alla Tokyo Tower da parte di Godzilla. Il mostro ce l’abbiamo, l’ho preso io la prima sera in un mercatino dell’usato, la Tokyo Tower c’è, basta solamente ricercare l’angolazione giusta per fare le foto dell’attacco. Nel mentre che svolgiamo questa delicata operazione riusciamo a distrarre (!) e far ridere un cantiere di operai che stava sistemando una strada, veniamo fermati da vecchini compiaciuti di vedere degli occidentali ammirare Godzilla (e che gentilmente ci scattano una foto, in cambio però di aver pure loro una foto con Godzilla). Finiti questi scatti ho un’idea.. perché non facciamo fare alla nostra star l’attacco a Tokyo con visuale dalla Tokyo Tower? Promossa, ed eccoci a prendere l’ascensore con il biglietto per entrambi gli osservatori (uno posto più basso, l’altro più in alto) con camuffato in una sporta il nostro Godzilla, o come lo pronunciano in Japponia: Gojilla. Quando lo tiriamo fuori negli osservatori è il delirio, turiste americane, vecchini, studentesse, tutti ci guardano e ammirano l’idea, c’è chi è divertito, chi ci fa i complimenti, chi vuole una foto con la star. Praticamente finiamo per passare sulla Tokyo Tower tutto il pomeriggio, divertendoci come matti. Nel mentre guardiamo anche il paesaggio e già abbiamo tanti ricordi legati ai quartieri e ad alcuni edifici. La visita finisce in un cubo antiestetico posto sotto la Tokyo Tower adibito a centro commerciale turistico. L’unica mia gioia è che in tutta Tokyo non riesco a trovare una palla di neve, invece lì la trovo!
Usciti dalla Tokyo Tower, facciamo il conto dei soldi rimasti (pochi pochi) e propendiamo per comprare qualcosa da mangiare al Combini, ce la caviamo con birra e yakitori, ovvero spiedini fritti di pollo (buoni tra l’altro) spendendo un’inezia. Ci fermiamo a mangiare su delle panchine in un parchettino in mezzo ad incrocio tutto progettato come se fosse un pezzo di foresta in montagna, meraviglioso.
Poi percorriamo la strada e senza saperlo ci imbattiamo in un altro tempio, lo Zojo-Ji, con le statuite Jizo, una gigantesca campana, i foglietti e gli amuleti di legno. Ammiriamo la composizione Tempio - Tokyo Tower e ci dirigiamo verso una fermata di metro attraversando una zona nuova, passando una porta di legno, tombini disegnati manga, e qualche ristorantino uscito direttamente dai fumetti.
Rientro alla Ryokan, dove ahimè è giunto il momento di fare le valigie, ovvero radunare tutta l’entropia della stanza in un borsone. Cosa quasi impossibile, infatti tra acquisti miei (pochi) e regali (molti) decido di lasciare là tutti gli asciugamani, una borsa (si erano autodistrutte le cerniere) e una felpa sbiadita che si era già preparata al sacrificio. Non sapendo in che condizioni saremo l’indomani e se Satoshi sia già sveglio decidiamo di fare la foto di gruppo ora con Satoshi e il suo collega, così avremo immortalato per sempre lo stile panni sulla sedia, ovvero maglia rosa, pantaloncini militari e calzetto bianco. Nella suca (carta della metro) abbiamo pochi soldi e ci scoccia ricaricarla, poi il desiderio dell’ultima sera è tornare dove tutto è iniziato, ovvero all’Asahi Sky Room pub, e appena messo il piede fuori già scazziamo strada, praticamente senza saperlo finiamo nell’equivalente del Bronx, (effettivamente la zona si era un po’ tutta degredata, le scritte occidentali erano sparite, il numero di barboni aumentano, anche se la pulizia regnava comunque), ce lo giriamo un po’, troviamo anche dei giardini, e facendo jogging arriviamo alla sala vetrosa paesaggiosa giusto in tempo per il LATODA (last order, stavolta la cameriera vedendoci ce l’ha scritto in un foglietto per farcelo leggere). Ammiriamo per l’ultima volta lo splendido paesaggio, la malinconia è ai massimi livelli, la serata non riesce ad essere carica come al solito, siamo proprio pensierosi e tristi. Nemmeno usciti di lì fermarsi a mangiare ramen in un piccolo ristorantino ci rende più felici. In piena notte ripassiamo anche dalla zona dei tempi di Asakusa, ovvero Senso-Ji, la porta Kaminarimon con la lanterna che sembra davvero riportarti alle notti di assalti organizzati da ninja e il Nakamise-Dori, che a quest’ora si riassume con un’enorme serranda abbassata. Passeggiamo anche in tanti parchetti disposti per il lungo del fiume Sumida, dove i gatti si fanno i fatti loro. Qualche jappo fa jogging notturno, qualcuno esce col cagnolino. Nemmeno l’ultimo sakè del combini riesce a salvarci la serata, siamo proprio giù. Ultima birra Combini e futon, domani si torna a casa (purtroppo).

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14/04/10 merc - rientro in Italia.

Ci svegliamo, neanche a dirlo è una giornata di sole meraviglioso, e noi carichi di trolley compressi ci dirigiamo fuori dalla Ryokan non prima di aver fatto un grosso saluto al nostro Satoshi, diventato ormai il nostro idolo personale (se non altro anche perché era l’unico jappo a parlare un inglese comprensibile). Stavolta niente tragitto a piedi, prendiamo per l’ultima volta la metro, facciamo qualche spesa al Combini e ripercorriamo le stesse linee con cui siamo arrivati, fino al treno per l’aeroporto Narita, dove rivediamo il paesaggio da città a (relativamente) campagna al contrario.
All’aeroporto facce amiche, ovvero i nostri compagni di viaggio che dormivano nell’altra Ryokan, anche loro in attesa del volo. C’è anche chi è contento di andare a casa a riprendere la routine, io invece mi consolo prendendo le focacce riso-soia-tipopatatine, sinceramente un altro mesetto di vacanza non mi sarebbe affatto pesato. Anzi il vulcano islandese che bloccherà tutti i voli erutterà solo quando siamo già a casa nostra in Italia da qualche ora, quindi niente da fare, si deve proprio tornare. Il volo stavolta è interminabile. Non voglio dormire per non scombinarmi gli orari, ma le ore sono tante, e nemmeno qualche film carino addolcisce. Realizzo tra l’altro con giramento di balle estremo che il mio lettore mp3 è rimasto da qualche parte in Japponia, quindi a parte la compilation jazz fornita da Alitalia non c’è proprio speranza. Arriviamo a Roma, e almeno per consolarci ci prendiamo un bel gelatone non al tè verde ma al cioccolato fondente, però torno al coma quando salgo sull’aereo più piccino Roma - Bologna. Usciamo dall’aeroporto di Bologna un po’ meno contenti di quando siamo usciti dall’aeroporto di Narita 14 giorni fa. Giappone tornerò!

23.5.10

Venerdì 28 Maggio suono coi TalismanStone presso il metal horror pub Dyaln Dog a Miramare di Rimini.


Eh sì sono sparita per la scuola e per le registrazioni del cd con la mia band, e non vi sembra il caso di venire a sentirne un assaggino delle canzoni nuove?

Questo venerdì potrete!!! e siete tutti caldamente invitati, in attesa del vero e proprio release Party del cd debutto, facciamo una serie di concerti warm up!
Ci vediamo allora questo venerdì, alle 22, al Dylan Dog in v.le Oliveti 68/A a Miramare di Rimini.



26.10.09





Keep on tattooing!!!

All are drawed by me, but tattoo by professional studios! (I'm not able to tattoo, but if someone can teach me, I'm here!)





Ancora Tatuaggi!

Tutti disegnati da me, ma tatuati da professionisti! (io ancora non son capace, ma se qualcuno mi vuol dare lezioni è ben accetto!)





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2.10.09







Fried Brain EP out now!!! Enjoy the power of the trio!

As many of you know, TalismanStone, the band where I play drums, now is a trio, we have 2 bass guitars!!!
Taste this power in our new EP, "Fried Brain"!
We're also working on the new album and on our new video with Blaidd Production!!
Stay tuned!

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"Fried Brain" EP nuovo e pronto per essere ascoltato!

Ciao a tutti! Come molti di voi sanno, oltre alla mia attività artistica (proprio oggi ho aggionato il blog) ho affiancato da qualche tempo a questa parte un'intesa attività alla batteria dei TalismanStone, trio insieme a due bassisti (Erica ed Andrea).
"Fried Brain" è il nostro primo lavoro da trio, vi invito caldamente ad ascoltarlo (ordinatelo tramite me o ascoltatelo via myspace!).
Per dovere di cronoca vi dico che dopo il diploma di Maestro d'Arte all'Istituto d'Arte, sto continuando e se va tutto bene quest'anno RIdarò la maturità (quante voglie...) poi vi giuro che mi fermo ghgh.

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p.s. Per chi si vuol fare qualche satirica risata vi posto il link di un blog scritto da un musicista piattolo da corsa conosciuto quest'estate, che come capirete anche dalle sue parole, è già innamoratissimo della mia attività musicale ahaha

Recensione non seria da Perablog








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Update of Big Scourge and Cacofonico's artworks





Aggiornamenti sul "Grande Flagello" - 15, 16, 17 puntate (su "Metal Maniac" - Luglio/Agosto, Settembre, Ottobre 2009)
e illustrazione del Cacofonico.

Godetevi la lettura!!!








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